Secondo una leggenda, Zarathustra avrebbe piantato due cipressi: uno a Kashmar e l’altro a Torshiz. Quello di Kashmar fu tagliato nell’anno 232 dell’Egira (847 d. C.) dal califfo Motavakkel, che pagò con la vita il sacrilegio: morì ucciso dai suoi schiavi prima ancora di poter vedere l’albero. L’altro cipresso non fece una fine migliore. L’emiro Yanaltakin lo fece bruciare nel 537 (1143 d. C.), ma questa volta non ci furono conseguenze per lui, perché la distruzione avvenne attraverso il fuoco, che era elemento sacro allo stesso Zarathustra.
In questa leggenda il cipresso compare come albero sacro e cosmico, elemento ricorrente in molte tradizioni religiose (Bausani cita un’apocalisse mazdea e l’albero waq-waq, ma è possibile ricordare anche, almeno, l’Asvattha della Bhagavad-Gita).
Nella poesia persiana il cipresso - o meglio: il nobile cipresso, sarv-e azad - è anche un simbolo della statura, del portamento, della nobiltà dell’Amato. E’ simbolicamente unito alle acque sorgive, o meglio all’Acqua della Vita (motivo tipico del mondo mesopotamico, ricorda Bausani; presente anche nell’Edda di Snorri, aggiungo io), così come la sua ombra offre un refrigerio più profondo di quello offerto dagli alberi ordinari: è una solta di alito vitale, una fragranza di spirito (‘atr-e ruh) che suscita le ossa putrefatte a nuova vita.
(Cfr. Pagliaro-Bausani, Storia della Letteratura persiana, Nuova Accademia, Milabo 1960, pp. 286-290.)